Recensione del libro “Antologia degli sconfitti” di Niccolò Zancan
Alessandro Di Somma

Ci sono libri che non si leggono, si attraversano. Come una stazione alle tre di notte o un quartiere dimenticato dal tempo. Antologia degli sconfitti, di Niccolò Zancan, è uno di questi. Non è un semplice reportage, ma una raccolta di frammenti di vita vera, dolente, vissuta al margine. Frammenti che non implorano pietà, ma reclamano ascolto.
Impossibile non pensare a Spoon River Anthology, il capolavoro di Edgar Lee Masters. Stesso spirito, stesso rispetto per la parola. Entrambi i testi restituiscono umanità ai nomi cancellati dalle cronache, illuminando con una lingua “quasi poetica” quei destini che passano sotto traccia. È quella stessa poesia asciutta e necessaria che anche Fernanda Pivano individuava nell’opera di Masters: “qualcosa di meno della poesia, ma di più della prosa”.
Niccolò Zancan sposta il baricentro del racconto dai villaggi americani alle periferie italiane. Ma l’effetto è lo stesso: ci ritroviamo davanti a una Spoon River contemporanea, dove i nomi sulle lapidi sono vivi, ma già sconfitti.
Nel libro scorrono le storie del negoziante che dopo 23 anni abbassa la saracinesca, del rider nel temporale, della ragazza su OnlyFans, dell’assistente sociale finito a sua volta tra gli assistiti. Ma anche del pensionato stroncato il terzo giorno di libertà, della pacifista bollata come “pacifinta”, del senzatetto che dorme in macchina. Uomini e donne che non hanno trovato spazio nelle narrazioni dominanti, ma che qui, finalmente, trovano voce.
Dietro ognuna di queste storie si nasconde un dato, o meglio ogni storia svela cosa si cela dietro i dati. Perché parlare di povertà, precarietà, solitudine, è facile. Più difficile è ascoltare davvero. Questo libro lo fa e trasforma le statistiche in persone. E non è cosa da poco.
Ma l’aspetto forse più potente del testo è l’inclusione dello stesso autore tra gli sconfitti. Zancan non si sottrae, raccontando il declino del giornalismo cartaceo, i licenziamenti nella redazione de La Stampa, la scomparsa dei correttori di bozze. Un mestiere che perde pezzi, che sacrifica la cura sull’altare della velocità. Eppure lui resta, e scrive. Perché qualcuno deve farlo.
“Le cose non sono andate come dovevano andare”, scrive. Eppure, in questa rassegnazione c’è l’eco di una resistenza. Un invito a non mollare, a continuare a raccontare anche quando sembra inutile. Anzi, proprio perché sembra inutile.
L’umanità, quella vera, non sta nelle biografie patinate, ma nelle crepe. E Antologia degli sconfitti non solo ce lo ricorda, ma lo dimostra. Lo fa con il passo lento della cronaca consapevole, quella che non rincorre i clic ma cerca lo sguardo. E con una lingua che non consola, ma accompagna.
Alla fine della lettura, resta il bisogno di restare umani. Di coltivare quello “sguardo giusto” di cui parlava Fabrizio De André, uno che con Spoon River aveva una certa familiarità. Perché dai diamanti non nasce niente, ma dal letame possono nascere fiori. E, in qualche caso, anche un libro necessario.
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