Partita IVA unica per più attività: la Cassazione inasprisce l’onere della prova nei controlli bancari
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Con l’ordinanza n. 21095/2026, la Suprema Corte chiarisce che chi gestisce attività diverse sotto la stessa P.IVA deve poter ricostruire movimento per movimento l’origine di ogni versamento in caso di accertamento. Gli esperti: “Serve una documentazione ordinata, non basta una dichiarazione generica”
Roma, 9 settembre 2026 — Una recente ordinanza della Corte di Cassazione (n. 21095/2026, depositata il 22 luglio scorso) riaccende l’attenzione su una prassi diffusa tra i lavoratori autonomi italiani: l’utilizzo di un’unica partita IVA per più attività distinte, ad esempio professionale e agricola, o professionale e d’impresa.
Il caso esaminato dai giudici riguardava un professionista che svolgeva, con una sola posizione IVA, sia l’attività forense sia quella agricola. La pronuncia non stabilisce che l’accorpamento di più attività sotto un’unica partita IVA sia di per sé irregolare, ma chiarisce un punto che può avere conseguenze pratiche rilevanti: in presenza di un accertamento bancario, è il contribuente a dover dimostrare a quale attività sia riconducibile ciascun movimento sul conto corrente.
“Molti professionisti e piccoli imprenditori non sono consapevoli che, in caso di controllo, non è sufficiente affermare genericamente che una somma appartiene alla seconda attività”, spiega dr Marco Soster (CEO consulenzatasse.com). “La Cassazione ha ribadito che l’onere della prova è analitico: bisogna poter ricostruire, movimento per movimento, l’origine di ogni versamento, distinguendo compensi già fatturati, incassi d’impresa, trasferimenti tra conti propri, rimborsi e altre entrate non reddituali.”
La pronuncia richiama la presunzione prevista dall’articolo 32 del D.P.R. 600/1973, che consente al Fisco di considerare come reddito non dichiarato i versamenti bancari non adeguatamente giustificati. Una distinzione importante riguarda invece i prelevamenti: per gli imprenditori la presunzione può ancora operare nei casi previsti dalla legge, mentre per i professionisti è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale già nel 2014, che ha escluso l’automatismo tra prelievo non giustificato e compenso occulto per i lavoratori autonomi.
“La conseguenza pratica per chi ha più attività sulla stessa partita IVA è che la tenuta della documentazione diventa decisiva”, aggiunge dr Marco Soster (CEO consulenzatasse.com). “Fatture, parcelle, contabilizzazioni, distinzione tra i conti utilizzati per le diverse attività: sono tutti elementi che, in caso di accertamento, possono fare la differenza tra dimostrare la correttezza della propria posizione e subire una tassazione basata su presunzioni.”
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Fonte normativa: Corte di Cassazione, ordinanza n. 21095/2026, depositata il 22 luglio 2026.
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